Un trenino per Valle Bianca

Dalla finestra penetrava un’intensa luce azzurrina quando Joseph, l’anziano capostazione di Weißes Tal (la gente del versante italiano la chiamava Valle Bianca),si svegliò. Erano le cinque e mezza del mattino ed era mercoledì.

“Che strano – pensò ancora un po’ confuso e assonnato – non credevo che l’alba arrivasse così presto, ieri a questa stessa ora dominava ancora il buio!”. La spiegazione arrivò in un attimo, appena scostò le tendine che aveva cucito sua moglie Herta con un tessuto leggero e quasi trasparente, ricamato di genziane blu. Si avvicinò al vetro: fuori era tutto ricoperto di neve, un manto splendente, pulitissimo, spesso e fresco, calmo e misterioso.

capostazione

Neve sulle montagne e sui boschi circostanti, sul largo prato che toccava la strada ferrata a due binari, sulla banchina di pietre larghe e levigate, sui meccanismi dello scambio e a spiovere sul tetto di scandole scure. Una meraviglia, ma anche un problema reale, impellente, del tutto imprevisto. La sera prima non c’erano stati, almeno all’apparenza, segnali che il tempo sarebbe cambiato così drasticamente: c’era la luna piena e spirava una leggera brezza da Adlerberg (la Montagna dell’Aquila), chiaramente visibile a nordest.

Insomma, nulla che lasciasse presagire una simile inversione meteorologica, specialmente adesso che la primavera si stava affacciando allegramente. “Va bene – ragionò Joseph – tanto noi siamo abituati a questi fenomeni. Una volta, dopo la guerra, rimanemmo bloccati sotto una coltre di due metri e ci volle una settimana per ripristinare la normale circolazione dei convogli. Ce la faremo senza problemi anche questa volta, sempre che il trenino che parte da Ghallaf Untertal alle quattro e quindici non sia rimasto bloccato da qualche parte, magari nel solitario Herz des Waldes (il Cuore della Foresta) in compagnia di cervi, caprioli, marmotte e scoiattoli”.

Il silenzio regnava magico sull’intero paesino al confine con l’Engadina. Le Alpisvizzere sanno essere affascinanti, quando la natura vuole. Dunque quasi sempre.

L’unico uomo attivo in stazione in quel momento (Karl il bigliettaio sarebbe arrivato alle sette e gli operai erano impegnati vicino alla casa cantoniera a cinque chilometri di distanza) doveva tenere sotto controllo la situazione e cercare di capire se la tratta era regolarmente funzionante. Quindi, impugnò la cornetta del telefono e compose un numero che conosceva a memoria. Era quello della centrale di Ghallaf, naturalmente.

valle

Rispose quasi subito il ferroviere addetto allo smistamento, affermando che il locale per Valle Bianca era partito regolarmente e non si era a conoscenza di alcun ostacolo lungo il percorso. Sarebbe arrivato puntuale, come al solito, alle cinque e quarantacinque. “Qui la neve è abbastanza alta – fece notare Joseph – e da voi?”. “Neve? Non è sceso neppure un fiocco. State tranquillo, si tratta certo di un fenomeno isolato, noi non ne sappiamo nulla. Buona giornata, sto aspettando l’ispettore da Davos, si prospetta una giornata impegnativa”.

Strano, laggiù nulla e qui il colpo di coda dell’inverno. Il capostazione si armò di pazienza e attese guardando in direzione dei binari che a un certo punto disegnavano una curva e si perdevano dietro un folto boschetto di larici.

Si fecero le cinque e quarantasei: un minuto di ritardo. Evento raro per le Schweizerische Bundesbahnen, vale a dire le Ferrovie Federali, precise come i celeberrimi orologi.

trenino

 

Trascorse una buona mezz’ora e all’orizzonte non si vedeva proprio nulla. Joseph si preoccupò come raramente era successo in vita sua e decise di calzare le ciaspole che adoperava quando andava a caccia, ovviamente senza sparare un colpo perché mai si sarebbe sognato di uccidere o semplicemente ferire un animale. Erano così belli, quieti, riservati, costantemente sul chi va là ad ogni rumore di ramo spezzato (figuriamoci di caricamento di un fucile!). Forse, se fosse stato assalito da un orso avrebbe premuto il grilletto, ma era certo che gli sarebbero tremate le gambe e nel momento critico avrebbe sbagliato mira o, addirittura, sarebbe rimasto impietrito davanti alla belva affamata. Meglio levarsi dalla testa simili pensieri fantasiosi e concentrarsi sul percorso.

I binari non si vedevano affatto, coperti dalla spessa coltre candida, e Joseph cominciò a seguire la direttrice ferroviaria a memoria

 Non era difficile. Piuttosto, la fatica si faceva sentire in fretta, anche a causa degli anni. Inoltre, la larga pala d’abete che aveva portato con sé non lo agevolava di certo. Hansi, l’amico falegname, non andava troppo per il sottile quando intagliava attrezzi con maestria: contava soprattutto che fossero robusti, il peso era un fattore secondario.

Cominciò a disperare osservando l’orologio da taschino che segnava già le 8 e 26, avendo percorso alcuni chilometri nel silenzio, inoltrandosi sempre più nella foresta. “Se mi mancassero le forze all’improvviso sarei perduto – realizzò affannosamente – e nessuno verrebbe a cercarmi dal momento che sono uscito d’istinto, senza premurarmi di avvertire qualcuno. Che stupido sono! E addirittura non ho con me nemmeno una bottiglietta di cordiale per riscaldare la pancia e prendere coraggio”. Il capostazione per la prima volta dalla nascita si perse d’animo.

monti

Si guardò intorno ormai stremato: alberi caricati dalla neve che disegnavano un insieme di forme bizzarro, un intreccio molto bello e altrettanto inquietante. Forse si era persino perso. “Roba da non credere” esclamò a voce alta, poi fece un passo verso destra (chissà perché!) e inciampò in una radice seminascosta, proiettandosi a faccia in giù come avesse ricevuto una spinta nella schiena. Diede una gran zuccata su un tronco secolare e perse i sensi, non prima di immaginare come un istantaneo lampo di luce un trenino lontano che fuggiva lentamente nella selva misteriosa, regno di folletti, funghi di dimensioni leggendarie e del nobile cervo rosso.

Tutte cose che nessun umano aveva mai visto, ma che senz’altro aveva sognato nelle fredde notti che precedevano l’arrivo di Santa Claus.

Immaginò, probabilmente piombato in uno stato di incoscienza, proprio il corpulento vecchio con la lunga barba che pareva di soffice cotone scendere da una slitta di legno tutta intarsiata di ghirigori preziosi, attorniato da centinaia di abitanti del bosco, scoiattoli compresi (ma non dovrebbero essere in letargo? vagheggiò…), gnomi sorridenti, caprioli saltellanti e, in primo piano, il famoso cervo con la livrea scarlatta che lo guardava intensamente con pupille profonde come la notte.

cervo

Già, la notte. Forse sarebbe stata notte per sempre, visto che temeva di morire ben presto per assideramento. Non sapeva se la sua mente stava svolgendo un volo onirico verso una dimensione ignota o se la gran botta presa nel capitombolo lo aveva fatto ammattire sul serio. Quella che vedeva non era la realtà, ne era convinto. Così come non era vero che lo stavano sollevando (Santa Claus in persona, chi altro?).

Ebbe, infatti, la sensazione di venire afferrato da una mano possente (messa in risalto da un anello con una grossa pietra azzurra sapientemente sfaccettata che emanava bagliori dorati) e di venire adagiato in una calda carrozza di un treno minuscolo, nuova figura del folle sogno.

Avvertì un senso di benessere diffuso, pace e sicurezza. Sentiva di non indossare più le ciaspole né gli scarponi di cuoio spesso che strofinava con grasso di foca ogni sera per ammorbidirli e renderli impermeabili.

Non c’era luce, ma adesso teneva gli occhi spalancati e respirava meglio. Che strano, sentiva persino il contatto della pelle con la ruvida calzamaglia di lana che si infilava prima di coricarsi nelle gelide sere d’inverno.  E poi il profumo del caffè. “Mein Gott, sono impazzito sul serio!” esclamò dentro di sé, sconcertato. La porta si aprì, lasciando finalmente filtrare la luce: al di là della soglia era giorno, acceso da splendidi raggi di sole.

“Hai dormito un po’ troppo stamane!” esclamò Herta. “Non é mai successo da quando fai questo lavoro, evidentemente stai perdendo colpi con l’avanzare dell’età. Per fortuna il treno da Ghallaf Untertal è riuscito ad avanzare nella coltre di neve ancora fresca ed è arrivato senza danni, nonostante un notevole ritardo. Ti avrei svegliato in tempo, ma come sai da ieri pomeriggio ero all’ospedale ad assistere mia sorella Greta. Ha dato alla luce una splendida bambina. Alzati adesso, la colazione è pronta in cucina e tra un’ora arriverà il convoglio merci per la segheria di Splitt Am See”.

anelloJoseph era sbalordito, ma non disse una parola. “Ho sognato tutto quanto? Forse ho bevuto un bicchierino di troppo ieri dopo cena, anche se non ricordo affatto. O più semplicemente mi è stato indigesto lo stufato con le patate. Me ne sono sbafato una padella intera, quello sì lo rammento come fosse adesso, che squisitezza…

Va bene, non pensiamoci più, infiliamoci i pantaloni e diamoci da fare”.

Dling! Da una tasca cadde un oggetto luccicante. Un anello con una grossa pietra azzurra sapientemente sfaccettata.

Emanava bagliori dorati.

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